Stop agli omicidi del profitto! Blocchiamo per un giorno ogni attività. Fermiamo la mano assassina del capitale. Organizziamoci nei posti di lavoro in comitati autonomi operai con funzioni ispettive. Lotta, non lutto, di classe!
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Sono loro il nuovo che avanza nell'Italia del terzo Berlusconi Il forzista Mauro Pili è il delfino dell'ex presidente della Sardegna, così come il ras della Dc pugliese Totò Fitto era genitore di Raffaele (Fi) e Paolo Tancredi è l'erede dell'ex deputato Dc teramano Antonio.
Si ricomincia. Con Schifani presidente del Senato e Fini della Camera. E con Berlusconi che ha stravinto le elezioni e la Lega, se possibile, di più. Con Veltroni e i suoi che hanno perso Roma e Palazzo Chigi. Con la Sinistra arcobaleno che è semplicemente scomparsa, la Destra che è rimasta fortemente minoritaria e i Socialisti che si sono sgretolati. Da qui i partiti dovranno riprendere il cammino tenendo conto di errori, follie e punti di forza, ognuno per la propria parte. Intanto, i cittadini stanno a guardare. E osservano che i sondaggi non sono serviti più a nulla, i mezzi di comunicazione - ripiegati sulle dichiarazioni dei politici - non hanno saputo ancora una volta raccontare il Paese e i partiti non hanno prodotto innovazione e progettualità.
A questo si aggiunge una legge elettorale che favorisce clientele, nepotismo e cooptazione. Basta dare un'occhiata al nuovo Palazzo per rendersene facilmente conto. A una prima analisi si può notare che l'età media è 53 anni, le donne raggiungono il 22% circa del totale degli eletti e la professione più rappresentata è quella degli avvocati. Ma quello che non emerge abbastanza è che nel nuovo Parlamento ci sono ancora una volta tanti «figli di». E mogli, mariti, nipoti, portaborse, segretari, delfini. Un caso bipartisan.
«Non possiamo avere un Paese che, quando andiamo a vedere le liste elettorali, sono tutti figli di». Luca Cordero di Montezemolo era ancora presidente di Confindustria quando, da buon manager legato alle famiglie più influenti del capitalismo italiano, prima del voto ha voluto ribadire l'importanza della meritocrazia e della concorrenza in tutti i campi, anche nella politica. «Sin dalla prima elementare - ha spiegato - chiunque deve poter andare avanti se è capace, indipendentemente da come si chiama». Gli si potrebbe replicare che dipende anche da dove uno frequenta le elementari. E se ci va accompagnato dall'autista di papà o a piedi con la mamma disoccupata assieme agli altri tre fratelli. Insomma, accanto alla questione del merito c'è quella delle opportunità. Che non sono proprio uguali per tutti nel nostro Paese. Neppure in politica. Così, per fare qualche esempio, vengono proprio da Confindustria e dal mondo imprenditoriale, figli di personaggi illustri. Come il 38enne manager Matteo Colaninno, vero fiore all'occhiello del Pd. Matteo è il numero due dell'impresa guidata da papà Roberto, il gruppo Piaggio: 7.200 dipendenti, 7 stabilimenti e attività commerciali in oltre 50 paesi. Forse è per questo che dice che «bisogna capire che azienda e lavoratori devono fare parte dello stesso progetto perché il mercato non è più l'orto di casa o il confine domestico ma il mondo». Da un imprenditore a un altro. Il Pd porta in parlamento anche Maria Paola Merloni, imprenditrice 45enne del Pd, già presidente di Confindustria nelle Marche e figlia di Vittorio, fabrianese patron della Indesit elettrodomestici e presidente di Confindustria dal 1980 al 1984.
Non è solo un problema di imprenditori, naturalmente. Anche i politici fanno da soli la propria parte. A Montecitorio anche stavolta ci sarà Giuseppe Cossiga, figlio del presidente emerito Francesco. Con il Pdl ci sarà anche Enrico Costa, figlio dell'ex ministro liberale Raffaele, che oggi presiede la provincia di Cuneo. Meno noto, ma altrettanto «figlio» il teramano Paolo Tancredi, 42 anni: suo padre è l'ex parlamentare della Dc Antonio Tancredi. Anche i vecchi golden boy (e governatori) azzurri Mauro Pili e Raffaele Fitto sono figli di politici illustri. Il padre dell'ex presidente della Sardegna, Domenico, era un socialista vecchio stampo e abbandonò la politica dopo una condanna per tangenti, Totò Fitto invece era un democristiano di razza ed era stato anche lui presidente della Regione Puglia. Figlie di personaggi illustri anche Stefania Craxi e Chiara Moroni, anime socialiste del Pdl. Sempre nel Popolo delle libertà trova posto Maria Eugenia Roccella. Roba da non credere, le sue origini familiari: la cattolicissima Maria Eugenia, portavoce con Savino Pezzotta del Family day, è figlia di Franco, uno dei fondatori del Partito radicale e anima dell'Ugi, Unione goliardica italiana. Naturalmente la medaglia d'oro tra i figli di va a Daniela Cardinale, giovane figlia dell'ex ministro delle Poste e telecomunicazioni Salvatore. Che ha raccontato così la genesi della sua candidatura: «Il ministro Fioroni mi ha onorato della proposta. Ma ha deciso Marini». «E come mai ha scelto lei?». «Mi conosce. È venuto da noi in campagna, due anni fa». La più famosa è invece sicuramente Marianna Madia, giovane di «straordinaria inesperienza». La neo parlamentare romana, classe 1980, «secchionissima» laureata con il massimo dei voti, deve dire grazie al «maestro di vita» Giovanni Minoli e ad Enrico Letta, che l'ha voluta non ancora laureata nel suo centro studi Arel. Marianna dice grazie anche, ovviamente, a Walter Veltroni, amico di suo padre Stefano, giornalista, attore e già consigliere comunale a Roma e scomparso alcuni anni fa. Tra i figli di personaggi illustri anche Franca Chiaromonte, figlia di Gerardo Chiaromonte, parlamentare e dirigente comunista, numero due del partito ai tempi di Berlinguer. Hanno il destino in comune, quello di avere perso il padre, Sabina Rossa, 45 anni, insegnante e sindacalista, figlia di Guido assassinato nel '79 dalle Br e Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio, il professore vittima anche lui del terrorismo. Ci sono poi Francantonio Genovese, messinese avvocato figlio del senatore Luigi e nipote del pluriministro Nino Gullotti, entrambi dello scudo crociato.
Non ci sono solo i figli. Nel nuovo parlamento trovano posto anche alcune vedove di personaggi illustri che hanno raccolto l'eredità politica o ideale dei mariti. Come Olga D'Antona, vedova di Massimo, il giusvalorista assassinato dalle Br nel 1999, o come Rosa Villecco, madre di due figli e vedova di Nicola Calipari, il funzionario dei servizi segreti assassinato in Iraq mentre riportava a casa la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. O ancora come Maria Grazia Laganà, vedova di Franco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005 nel seggio delle primarie dell'Unione. I radicali hanno voluto a tutti i costi l'elezione di Maria Antonietta Farina, vedova di Luca Coscioni, co-presidente dell'associazione che porta il nome del marito, impegnata per la libertà scientifica. Tra i radicali ecco in parlamento anche Elisabetta Zamparutti, compagna di Sergio D'Elia, uno dei leader di Prima linea, presente nello scorso parlamento ed escluso dalle liste per volere di Walter Veltroni.
Dal nuovo parlamento anche la formulazione della domanda di sempre: è Anna Serafini la moglie di Piero Fassino o è l'ultimo segretario dei Ds il marito della senatrice del Pd? Domanda senza risposta. Comunque sia, Anna Serafini spiega di «avere avuto solo svantaggi dal fatto di essere la moglie di Fassino. Sono regredita nella carriera, ho pagato un prezzo alto». E forse ha ragione. Moglie di un personaggio illustre anche l'ex ministro Barbara Pollastrini, un passato da femminista e maoista e un'intera carriera dal Pci al Pd: è infatti la compagna di Pietro Modiano, direttore generale di banca Intesa San Paolo. Anche un altro ex ministro è moglie di un personaggio di primo piano. Linda Lanzillotta è infatti la moglie di Franco Bassanini, ex ministro a sua volta. Linda e Franco sono i precursori in salsa romantica del Partito democratico. Entrambi in politica, infatti, militavano in due partiti diversi, lui nei Ds, lei nella Margherita. Poi finalmente l'unificazione politica.
Moglie di un marito illustre, e nell'occhio del ciclone, è invece Anna Maria Carloni, compagna di vita del presidente della regione Campania Antonio Bassolino.
Nel lungo campionario delle mogli anche qualche caso nel centrodestra. Come Melania Di Nichilo, moglie dell'editore Angelo Rizzoli. O come Mariella Bocciardo, ex moglie di Paolo Berlusconi e cognata di Silvio, già eletta alle elezioni 2006. Se non fosse «parente di» diremmo che ne ha fatta di strada da quando gestiva centri benessere, poi (senza molto successo) un ristorante, fino al lavoro in Fininvest. Nel Pdl l'elezione anche della giornalista del Tg1 Diana De Feo, che tutti ingiustamente riconoscono soprattutto come la moglie del direttore del Tg4 e ultrà berlusconiano Emilio Fede. Diana invece ha un curriculum di tutto rispetto: è inviata speciale del Tg1 per cultura e arte, è tra i fondatori del gruppo Italia 1 di Amnesty nel lontano 1977, ha vinto una valanga di premi. Ma soprattutto non ha certo avuto bisogno di Fede per conoscere il Cavaliere: «Per conto del giovane industriale milanese - riporta la biografia sul suo sito - ha infatti tradotto in italiano un volume tratto dalla rivista della dissidenza russa Kontinent, stampata a Berlino e diretta da Maxinov». Erano gli anni Settanta. E poi ci sono tutti i delfini del Pd, c'è la corte di Re Silvio, ci sono portavoce e portaborse. Un campionario che sembra non finire mai. Certo, essere figli, parenti, collaboratori non è reato né sinonimo di incapacità e privilegio: per fortuna c'è anche chi eredita passione e competenza.
Erano portaborse, sono onorevoli
Tutti i ripescati e il «delfinarium» del nuovo Parlamento. Dall'ex portavoce di Casini Roberto Rao all'ex capo della segreteria di Veltroni Vinicio Peluffo, tutti i big hanno sistemato i loro fedelissimi. Premiati dopo anni di precariato.
Prima del voto c'erano i «derogati», quelli che avevano superato il tetto delle tre legislature e hanno presentato il curriculum per fare un'eccezione. Ora che le Camere si nono riunite è la vota degli «optati», i primi non eletti che entrano in Parlamento grazie alle scelte dei capolista presenti in più circoscrizioni. Al Senato in Piemonte la già senatrice leghista Rossana Livia Boldi ha preso il posto di Roberto Calderoli: il dentista lascia il posto a una specialista in ortodonzia. In Friuli Calderoli passa la mano a Mario Pittoni, giornalista, responsabile del foglio d'informazione Lega Nord Flash. Mentre optando per la Liguria Roberto Castelli consente l'ingresso in Parlamento a Irene Aderenti, candidata in Lombardia. L'insegnante di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è da poco impegnata in politica con l'associazione delle donne padane. Castelli ha lasciato il posto in Emilia Romagna ad Angela Maraventano, la leghista lampedusana che tanto ha fatto parlare di sé, festeggiatissima nella piccola isola. Per Italia dei valori invece, Giampiero De Toni prende il posto di Giuseppe Astore che ha optato per il Molise. Già sindaco di Edolo per due legislature e presidente della comunità montana di Valle Camonica, dopo la mancata elezione di due anni fa al Senato, De Toni era entrato nello staff di Antonio di Pietro. In Puglia, ancora lista Idv, l'ortopedico brindisino Giuseppe Caforio prende il posto di Felice Belisario che ha scelto la Basilicata. Nella stessa regione, sempre al Senato, la presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Maria Antezza in Papapietro, è eletta con il Pd grazie a Nicola Latorre che ha preferito la Puglia. Nel Lazio, torna nelle aule parlamentari Vincenzo Vita al quale Franco Marini consegna il posto scegliendo l'Abruzzo. Sempre per il Pd, arrivano a Palazzo Madama Maria Francesca Marinaro (grazie ad Anna Finocchiaro che ha optato per l'Emilia Romagna) e Roberto Di Giovampaolo (per l'ex vicesindaco di Veltroni Maria Pia Garavaglia che ha scelto il Veneto). In Veneto, Giancarlo Galan del Pdl (che rimane presidente della Regione) cede il posto a Piero Longo.
Chi entra e chi esce
Anche a Montecitorio la roulette delle opzioni serve a rimettere in sesto gli equilibri interni a partiti e coalizioni. A chi resta fuori, come sempre si penserà quando si dovranno dare nomine in enti e municipalizzate o al momento di scegliere candidati elle europee o alle amministrative. Alla Camera in Lombardia 1 rientra l'avvocato Pierluigi Mantini al posto di Veltroni. Mentre in Lombardia 2 viene ripescato Luca Volonté (al posto del segretario Cesa) ed entra il giornalista di Libero nonché agente dei servizi segreti Renato Farina, alias Betulla, al posto di Gianfranco Fini. In Friuli sempre fini consente il ritorno di Manlio Contento. In Puglia viene ripescato Pino Pisicchio, che subentra a Di Pietro, mentre in Basilicata l'opzione di Fini fa entrare Giuseppe Moles, già portavoce di Antonio Martino. In Calabria rientra Mario Tassone al posto di Casini, mentre in Sicilia due l'opzione di Cesa fa ripescare Giuseppe Drago. Infine Luca Barbareschi, candidato in Sardegna per il Pdl, entra alla Camera grazie all'opzione di Berlusconi per il Molise. Poi c'è il caso di Annagrazia Calabria, che in un colpo solo prende il posto che doveva essere di Alemanno e diventa la deputata più giovane strappando il primato a Daniela Cardinale, figlia dell'ex ministro delle Poste Totò. Anche la neoparlamentare del Pdl ha un papà e uno zio di quelli che contano: si tratta rispettivamente di Luigi Calabria, direttore Finanza di gruppo di Finmeccanica e di Carlo Calabria, european head of M&A di Merrill Lynch. La praticante avvocato Annagrazia, già presidente della commissione Politiche giovanili di Forza Italia, va ad ingrossare le fila degli uomini, e donne, di legge presenti in Parlamento. Per un primo non eletto che entra, ce n'è uno che esce: si tratta dell'ex senatore Pd Francesco Ferrante, che lascia il Parlamento perché Rutelli perso il Campidoglio si trasferisce a Palazzo Madama. Una rinuncia di tutt'altro tipo, quella di Roberto Formigoni che resta in Lombardia per ricandidarsi alla guida della Regione, riporta invece al Senato Riccardo Conti, bresciano classe 1947, che è stato braccio destro di Buttiglione all'Udc, poi ha seguito Follini nell'Italia di mezzo fino a un attimo prima della fiducia a Prodi e dell'ingresso nel Partito democratico. Il passaggio al Pdl lo ha riportato a Roma: stavolta ha scelto il cavallo vincente.
Da delfini a onorevoli
Ma tra i 100 i senatori al primo incarico parlamentare e le oltre 300 matricole di Montecitorio ci sono anche tanti uomini e donne già abituati ad orientarsi nel dedalo di stanze e corridoi delle Aule parlamentari. Sono quelli che il libro «Onorevoli figli di» definisce il delfinarium dei partiti: colonnelli, portavoce, portaborse, segretari e affini. Professionisti o primi della classe nelle scuole di partito, dopo anni di precariato (ma ben pagato) e dedizione al parlamentare di turno ora coronano il sogno di occupare un osto nell'emicilo. È il caso, fra gli altri di Roberto Rao, che ha seguito Pierferdinando Casini come portavoce dal Ccd all'Udc, dalla presidenza della Camera fino all'ultima candidatura a presidente del consiglio. Per lui l'onore è doppio perché e stato braccio destro del portavoce che più di tutti ha fatto carriera: Casini è stato assistente di Arnaldo Forlani, il cui figlio peraltro è stato candidato senza successo proprio dall'Udc. Le candidature degli assistenti hanno fatto andare su tutte le furie il popolo dei blog e buona parte degli attacchi è rivolto al ticket democratico Veltroni-Franceschini. Il leader del Pd s'è portato dietro Vinicio Peluffo, suo capo segreteria, ed ex leader nazionale della Sinistra giovanile, e Walter Verini, suo capo di gabinetto al Campidoglio eletto in Umbria. Ci aveva provato, in un primo momento, il leader del Pd a tenere fuori dal Parlamento il costituzionalista (e suo ghost writer) Stefano Ceccanti. Acuto commentatore delle riforme costituzionali, Ceccanti è allievo di Augusto Barbera e docente alla Sapienza. Anche a lui, e all'altro neo-deputato Salvatore Vassallo, si deve il primo progetto di riforma elettorale del Pd. C'era rimasto molto male per la discriminazione, Ceccanti. Per lui, cattolico e tra i fondatori degli ormai disciolti Cristiano-sociali, le porte di Palazzo Madama si sono schiuse solo dopo l'abbandono di Pietro Larizza. È il moderato numero due del Pd Dario Franceschini che ha però la performance migliore. «Su tre dei suoi portaborse, Franceschini ne ha piazzati tre», lo ha attaccato Peppino Caldarola dalle pagine del Giornale. Il 100 per cento del risultato. E così a dare una mano al numero due del Pd, promossi al grado di parlamentari della Repubblica, ci sono l'attuale direttore della struttura nazionale del Pd Alberto Losacco, caposegreteria di Franceschini quanto era presidente dei deputati dell'Ulivo, l'attuale capo della segreteria Antonello Giacomelli, eletto in un posto blindato come la Toscana e Piero Martino, ex giornalista de Il Popolo eletto in Sicilia e portavoce del numero 2 del Pd. Cooptazione? Il vice di Veltroni ha prontamente rintuzzato gli attacchi. «Sono critiche ingenerose - ha spiegato - perché nella vita politica le via d'accesso partono o dal territorio o da impegni nazionali. Dagli staff provengono Casini o Bonaiuti, o anche Andreotti, che era un collaboratore di De Gasperi, persone che hanno scritto la storia dei loro partiti o dell'Italia». Ubi maior...
I nipotini di Prodi
Anche il «nonno ritrovato» Romano Prodi prima di uscire dal Palazzo ha voluto lasciare un posto in Parlamento a un manipolo di donne e uomini di strettissima osservanza: portavoce, consulenti, collaboratori. Da Silvio Sircana, portavoce senza voce ufficiale, all'esperto di editoria (già sottosegretario di Prodi) Ricky Levi, fino alla capoufficio stampa di Palazzo Chigi, la bolognese (ex giornalista della Dire) amica della consorte Flavia, Sandra Zampa. In Parlamento tornano anche Sandro Gozi, che era nel gabinetto di Prodi presidente della Commissione europea, e il saggio Mario Barbi. Un altro prodiano di ferro, il ministro della Difesa uscente Arturo Parisi, ormai promosso, ha avuto anche lui diritto a piazzare il suo braccio destro Pierfausto Recchia, eletto alla Camera nella circoscrizione Lazio 1.
(il manifesto, 30.4.08. 1.5.08)
